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mercoledì 24 aprile 2013

Preghiera - Padre Nostro

Padre nostro

 

Padre nostro, che sei nei cieli

sia santificato il tuo nome

Venga il tuo regno.

Sia fatta la tua volontà

come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane

E rimetti a noi i nostri debiti,

come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.

E non ci indurre in tentazione;

ma liberaci dal male.

 

 

 

Preghiera - Padre Nostro

martedì 23 aprile 2013

Errori Protestanti - 15 San Paolo contro San Pietro?

san paolo e san pietro

Galati 2:11-14 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?

Paolo in altra occasione era stato più accomodante, e aveva accettato il compromesso facendo circoncidere Timoteo (At 16,3): le circostanze concrete suggerivano allora questo cedimento tattico senza mettere in discussione il principio.

Lo stesso Paolo sembra che osservava alcune delle pratiche mosaiche:

Atti 18,18 Paolo si trattenne ancora parecchi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s'imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era fatto tagliare i capelli a causa di un voto che aveva fatto.

Atti 24,11-12 Tu stesso puoi accertare che non sono più di dodici giorni da quando mi sono recato a Gerusalemme per il culto.

Atti 28,17

Paolo resiste a Pietro sul punto dell’organizzazione della chiesa di Antiochia e della missione presso i Gentili. Questo punto cadeva nell'ambito del potere giurisdizionale straordinario conferito a tutti i gli apostoli in quanto apostoli. Su questo piano, Paolo era l’eguale di Pietro. Paolo, dice in sostanza Tommaso, era l'eguale di Pietro per quanto riguarda l’esecuzione del potere giurisdizionale supremo: si trattava qui di un privilegio strettamente apostolico. Ma Paolo non era l'eguale di Pietro per quanto riguarda il possesso strutturale del potere giurisdizionale supremo: questo è il privilegio transapostolico di Pietro.

La chiesa è una, unica: questa unità è una esigenza di fondo ed è sentita molto acutamente da Paolo. Ora se il vangelo predicato da lui fra i gentili e la conseguente costituzione di comunità locali portasse ad una rottura con la chiesa di Gerusalemme, l'unità andrebbe praticamente distrutta. Davanti alla possibilità di un risultato cosi contraddittorio. Paolo non esita a qualificare inconcludente, fatto a vuoto, tutto il suo lavoro apostolico presente e passato. Da notare inoltre che non è Pietro a recarsi da Paolo, ma viceversa. C'è quindi nell'atteggiamento di Paolo, determinato da una rivelazione speciale, un riconoscimento implicito di una certa supremazia della chiesa di Gerusalemme e di Pietro in particolare.

In Galati 2:11-14 le circostanze sono diverse: si tratta proprio di una questione di principio e allora Paolo è intransigente. - la verità del vangelo: non significa il vero vangelo perché non esiste che un solo vangelo necessariamente vero; si tratta piuttosto di fedeltà, coerenza al vangelo nella vita pratica: appunto questa coerenza, questa fedeltà era minacciata dai perturbatori nelle chiese dei Galati. Paolo vede il passato in funzione del presente. Ma soprattutto va considerato che era la persona di Pietro stesso a determinare un pericoloso precedente, proprio in quanto figura principale della Chiesa. La preoccupazione di Pietro era in fondo quella di venire incontro ai più deboli nella fede proprio secondo un principio espresso da Paolo in altra occasione; e questo era un atteggiamento di per se apprezzabile perché manifestava di volersi fare tutto a tutti per salvarne il maggior numero. Tuttavia Paolo intravede un pericolo per la sussistenza della Chiesa e lo fa rilevare molto animosamente a Pietro, il quale non manifesta alcuna perplessità circa la correttezza del principio, e senza porre obiezioni, riconosce quale fosse la soluzione migliore .

Già in Atti 15,1-35 si racconta come la grande opera di evangelizzazione, descritta nei due capitoli precedenti, minacciò di naufragare a causa dell'insistenza di alcuni Giudei convertiti nell'imporre anche ai pagani la legge di Mosè. Data la distanza psicologica del mondo greco dal mondo giudaico, una tale prescrizione si sarebbe rivelata inattuabile, e avrebbe praticamente chiuso le porte alla conversione dei pagani. Inoltre essa intaccava il cuore stesso del messaggio, che proclamava la salvezza nel nome di Gesù, e non in virtù della legge. Il concilio di Gerusalemme risolve la controversia imponendo alcune prescrizioni per facilitare la convivenza tra Giudei e pagani convertiti.

Il comportamento di Pietro non è determinato da una questione dogmatica, ma prudenziale. I riti della legge antica non hanno più valore, ma Gesù li ha praticati; si può dunque consentire loro di sopravvivere ancora per qualche tempo, per lo meno nella misura in cui non facciano sorgere malintesi e scandalo. L'attitudine da adottare potrà e dovrà variare secondo le circostanze.

 

Sintesi presa dalla rete….

Errori Protestanti - 15 San Paolo contro San Pietro?
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domenica 21 aprile 2013

Sant' Anselmo d'Aosta - Esortazione della Mente a Contemplare Dio

Sant' Anselmo d'Aosta

dal Proslogion
di Anselmo d’Aosta

1. Orsù, omuncolo,
abbandona per un momento le tue occupazioni,
nasconditi un poco ai tuoi tumultuosi pensieri.
Abbandona ora le pesanti preoccupazioni,
rimanda i tuoi laboriosi impegni.
Per un po’ dedicati a Dio
e riposati in Lui.
«Entra nella camera» del tuo spirito, escludi da essa tutto,
all’infuori di Dio e di ciò che ti possa giovare a cercarlo,
e, «chiusa la porta», cercalo (Mt 6, 6).
Di’ ora, o «mio cuore» nella tua totalità, di’ ora a Dio:
«Io cerco il tuo volto; il tuo volto, o Signore, io cerco» (Sal 27, 8).

2. Orsù, dunque, o Signore Dio mio,
insegna al mio cuore
dove e come possa cercarti
e dove e come possa trovarti.
O Signore, se non sei qui, dove te assente cercherò?
E se invece sei ovunque, perché non ti vedo presente?
Ma certo tu abiti «una luce inaccessibile» (1 Tm 6,16).
E dov’è la luce inaccessibile?
E come mi avvicinerò a questa luce inaccessibile?
E chi mi condurrà e mi introdurrà in essa,
affinché in essa io ti veda?
Per mezzo di quali segni, di quale immagine ti cercherò?
Non ti ho mai visto, o Signore Dio mio, non conosco il tuo volto.
Che cosa farà, o altissimo Signore,
che cosa farà codesto tuo esule lontano?
Che cosa farà il tuo servo ansioso del tuo amore
e gettato lontano «dal tuo volto» (Sal 51,13)?
Anela di vederti ed è troppo lontano dai tuo volto.
Desidera di avvicinarsi a te e il luogo dove tu abiti è inaccessibile.
Brama di trovarti e non conosce dove tu stai.
Fa di tutto per cercarti e ignora il tuo volto.
O Signore, tu sei il mio Dio e sei il mio Signore e non ti ho mai visto.
Tu mi hai fatto e rifatto
e mi hai dato tutti i miei beni
e io ancora non ti conosco.
In breve: sono stato fatto per vederti
e non ho ancora fatto ciò per cui sono stato fatto.

3. O misera sorte dell’uomo,
che ha perduto ciò per cui è stato fatto!
O dura e crudele quella caduta!
Ohimè, che cosa ha perduto e che cosa ha trovato,
che cosa è scomparso e che cosa è rimasto!
Egli ha perso la beatitudine per la quale fu fatto
e ha trovato la miseria per la quale non fu fatto.
E’ scomparso ciò senza cui nessuno è felice
ed è rimasto ciò che di per sé è soltanto misero.
Allora «l’uomo mangiava il pane degli angeli» (Sal 78,25),
di cui ora ha fame;
ora mangia «il pane di dolore» (Sal 127,2),
che allora non conosceva.
Ohimè, lutto di tutti gli uomini,
universale pianto dei figli di Adamo!
Egli ruttava di sazietà,
noi sospiriamo per fame.
Egli era nell’abbondanza,
noi mendichiamo.
Egli felicemente possedeva
e ha miseramente abbandonato ciò che possedeva,
noi infelicemente abbiamo bisogno
e miserevolmente desideriamo
e, ohimè, restiamo senza!
Perché Dio non ci ha conservato, pur potendolo facilmente fare,
ciò di cui così gravemente sentiamo la mancanza?
Perché Dio ci ha tolto la luce e ci ha avvolto nelle tenebre?
Perché ci ha tolto la vita e ci ha inflitto la morte?
Donde, pieni di miserie, siamo stati cacciati, dove siamo stati spinti!
Donde siamo precipitati, dove siamo rovinati!
Siamo stati cacciati dalla patria nell’esilio,
dalla visione di Dio alla nostra cecità;
dalla giocondità della immortalità
all’amarezza e all’orrore della morte.
Misero mutamento!
Da quanto bene in quanto male!
Grave danno, grave dolore, grave tutto.

4. Ma, ohimè, io misero,
uno dei miseri figli di Eva lontani da Dio,
che cosa ho intrapreso, che cosa ho condotto a termine?
Dove ero diretto, dove sono giunto?
A che cosa tendevo e di che cosa sospiro?
«Ho cercato i beni» (Sal 122,9) «ed ecco il turbamento» (Ger 14,19)!
Tendevo a Dio e ho urtato in me stesso.
Cercavo riposo in me stesso
e «ho trovato tribolazione e dolore» (Sal 116,3) nell’intimo mio.
Volevo ridere per la gioia della mia mente
e sono costretto a «ruggire per il gemito del mio cuore» (Sal 38,9).
Speravo letizia
ed ecco invece che si moltiplicano i miei sospiri!

5. «Ma tu, o Signore, fino a quando?» (Sal 6,4).
«Fino a quando, o Signore, ti dimenticherai di noi,
fino a quando ci nasconderai il tuo volto?» (Sal 13,1).
Quando ci guarderai e ci esaudirai?
Quando illuminerai i nostri occhi
e ci mostrerai «il tuo volto» (Sal 80,4)?
Quando ti restituirai a noi?
Guardaci, o Signore, esaudiscici, illuminaci,
mostraci te stesso.
Restituisciti a noi, affinché il bene sia con noi,
poiché senza di te solo il male è con noi.
Abbi pietà delle nostre fatiche e dei nostri sforzi verso di te,
poiché senza di te non possiamo nulla.
Poiché ci inviti, «aiutaci» (Sal 79,9).

6. Ti supplico, o Signore, che io non disperi sospirando,
ma che io respiri sperando.
Ti supplico, o Signore
il mio cuore è amareggiato per la sua desolazione,
addolciscilo con la tua consolazione.
Ti supplico, o Signore,
ho incominciato a cercarti affamato,
fa’ che io non desista di cercarti digiuno di te.
Mi sono avvicinato famelico,
fa’ che non mi allontani senza aver mangiato.
Povero sono venuto al ricco, misero al misericordioso,
fa’ che non ritorni senza nulla e disprezzato.
E se «prima di mangiare debbo sospirare» (Gb 3,24),
dammi almeno, dopo i sospiri, da mangiare.
O Signore, incurvato non posso guardare altro che in basso:
raddrizzami, affinché possa volgere lo sguardo in alto.
«Le mie iniquità, che hanno superato il mio capo»,
mi avvolgono tutto e mi appesantiscono «come un grave carico» (Sal 38,5).
Disseppelliscimi, alleggeriscimi, affinché «l’abisso» delle mie iniquità
«non chiuda su di me la sua bocca» (Sal 69,16).
Mi sia permesso di guardare la tua luce
anche se da lontano o dal profondo.
Insegnami a cercarti e mostrati a me che ti cerco,
poiché non posso cercarti, se tu non me lo insegni,
e non posso trovarti, se tu non ti mostri.
Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti.
Che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti.

7. Riconosco, o Signore, e te ne ringrazio,
che hai creato in me questa tua immagine
affinché, memore di te, ti pensi e ti ami.
Ma questa immagine è così cancellata dallo sfregamento dei vizi
ed è così offuscata dal fumo dei peccati,
che non può fare ciò per cui è stata fatta,
se tu non la rinnovi e la riformi.
Non tento, o Signore, di penetrare la tua profondità,
poiché in nessun modo metto con essa a confronto il mio intelletto;
ma desidero intendere in qualche modo la tua verità,
quella che il mio cuore crede e ama.
Non cerco infatti di intendere per poter credere,
ma credo per poter intendere.
In verità credo in questo:
«se non avrò creduto, non potrò intendere» (Is 7,9).

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venerdì 19 aprile 2013

Cattolici – Protestanti: Breve Riflessione Antropologica

La biblia 2

Martin Lutero soffriva di una malattia spirituale: lo “scrupolo”. Questo terrore patologico lo induceva a pensare di essere costantemente sotto il giogo del peccato e del male. Per questo pensava di non essere una persona degna di Dio. Il pensiero di come essere salvato e una lettura sbagliata del Vangelo lo portò a creare una nefasta nuova teologia.

 

La visione dell’uomo e di Dio.

Noi cattolici crediamo che Gesù Cristo ci abbia redento. Con la redenzione, pensiamo che Gesù ci abbia completamente trasformato, conseguentemente l’uomo è capace di essere un altro Cristo.

Per Lutero, Gesù ci ha protetto e coperto dall’ira del Padre, cioè siamo “escrementi coperti da una fila di neve”.

Rom 1, 17; Efesini 2, 8-10; 1 Cor 3,11; 1 Timoteo 2,5…

Tutti questi passaggi della Bibbia sono presi fuori dal contesto.

Secondo la visione luterana non esiste il merito perché l’uomo non è stato trasformato, tutto ruota in torno alla sola fede + grazia + scrittura + Gesù Cristo.

Lutero, pretende giustificare le sue tesi eliminando certi libri del Vangelo e chiudendo la porta alle differenti interpretazioni. Secondo lui non esiste il magistero perché arriva attraverso l’uomo (escremento coperto da una fila di neve).

Le conseguenze…

· Nessun sacramento è importante (nessuna opera trasforma.)

· Nessuna pratica di pietà è valida

· Nessun atto buono è meritevole

· Il purgatorio non esiste

· Libera interpretazione della Scrittura

· Non esiste il magistero, la tradizione, la gerarchia.

Per noi cattolici è importante capire che le credenze dei protestanti, evangelisti o testimoni di Geova non si basano sulla Bibbia ma sui problemi o scrupoli di una persona come Lutero affetto da una malattia spirituale.

Nessun uomo è degno, però, come dice San Paolo (Efesini 1, 3-14), noi sappiamo che abbiamo acquisito una dignità enorme…. la dignità dei Figli di Dio. Siamo stati redenti per mezzo della grazia e anche se la nostra naturalezza è peccatrice, allo stesso tempo la nostra naturalezza è più forte grazie alla riconciliazione di Gesù Cristo.

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Pietro, la Roccia su cui Cristo ha Fondato la Chiesa

Benedetto XVI 2Otto anni fa l'elezione di Benedetto XVI. “Un umile lavoratore nella Vigna del Signore”: con queste parole il 19 aprile di 8 anni fa, Benedetto XVI si presentava al mondo dopo l’elezione a 264.mo Successore di Pietro. Oggi, in suo onore, pubblichiamo questa omelia del 7 giugno 2006.

 

 

 

Tradizionalista Cattolico (3)

Cari fratelli e sorelle,

riprendiamo le catechesi settimanali che abbiamo iniziato in questa primavera. Nell’ultima di quindici giorni fa, avevo parlato di Pietro come del primo degli Apostoli; vogliamo oggi tornare ancora una volta su questa grande e importante figura della Chiesa. L'evangelista Giovanni, raccontando del primo incontro di Gesù con Simone, fratello di Andrea, registra un fatto singolare: Gesù, "fissando lo sguardo su di lui, disse: Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Kefa (che vuol dire Pietro)" (Gv 1,42). Gesù non era solito cambiare il nome ai suoi discepoli. Se si eccettua l'appellativo di "figli del tuono", rivolto in una precisa circostanza ai figli di Zebedeo (cfr Mc 3,17) e non più usato in seguito, Egli non ha mai attribuito un nuovo nome ad un suo discepolo. Lo ha fatto invece con Simone, chiamandolo Kefa, nome che fu poi tradotto in greco Petros, in latino Petrus. E fu tradotto proprio perché non era solo un nome; era un “mandato” che Petrus riceveva in quel modo dal Signore. Il nuovo nome Petrus ritornerà più volte nei Vangeli e finirà per soppiantare il nome originario Simone.

Il dato acquista particolare rilievo se si tiene conto che, nell'Antico Testamento, il cambiamento del nome preludeva in genere all'affidamento di una missione (cfr Gn 17,5; 32,28 ss. ecc.). Di fatto, la volontà di Cristo di attribuire a Pietro uno speciale rilievo all'interno del Collegio apostolico risulta da numerosi indizi: a Cafarnao il Maestro va ad alloggiare nella casa di Pietro (Mc 1,29); quando la folla gli si accalca intorno sulla riva del lago di Genesaret, tra le due barche lì ormeggiate, Gesù sceglie quella di Simone (Lc 5,3); quando in circostanze particolari Gesù si fa accompagnare da tre discepoli soltanto, Pietro è sempre ricordato come primo del gruppo: così nella risurrezione della figlia di Giairo (cfr Mc 5,37; Lc 8,51), nella Trasfigurazione (cfr Mc 9,2; Mt 17,1; Lc 9,28), e infine durante l'agonia nell'Orto del Getsemani (cfr Mc 14,33; Mt 16,37). E ancora: a Pietro si rivolgono gli esattori della tassa per il Tempio ed il Maestro paga per sé e per lui soltanto (cfr Mt 17, 24-27); a Pietro per primo Egli lava i piedi nell'ultima Cena (cfr Gv 13,6) ed è per lui soltanto che prega affinché non venga meno nella fede e possa confermare poi in essa gli altri discepoli (cfr Lc 22, 30-31).

Pietro stesso è, del resto, consapevole di questa sua posizione particolare: è lui che spesso, a nome anche degli altri, parla chiedendo la spiegazione di una parabola difficile (Mt 15,15), o il senso esatto di un precetto (Mt 18,21) o la promessa formale di una ricompensa (Mt 19,27). In particolare, è lui che risolve l'imbarazzo di certe situazioni intervenendo a nome di tutti. Così quando Gesù, addolorato per l'incomprensione della folla dopo il discorso sul "pane di vita", domanda: "Volete andarvene anche voi?", la risposta di Pietro è perentoria: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna" (cfr Gv 6, 67-69). Ugualmente decisa è la professione di fede che, ancora a nome dei Dodici, egli fa nei pressi di Cesarea di Filippo. A Gesù che chiede: "Voi chi dite che io sia?", Pietro risponde: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16, 15-16). Di rimando Gesù pronuncia allora la dichiarazione solenne che definisce, una volta per tutte, il ruolo di Pietro nella Chiesa: "E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa... A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli" (Mt 16, 18-19). Le tre metafore a cui Gesù ricorre sono in se stesse molto chiare: Pietro sarà il fondamento roccioso su cui poggerà l'edificio della Chiesa; egli avrà le chiavi del Regno dei cieli per aprire o chiudere a chi gli sembrerà giusto; infine, egli potrà legare o sciogliere nel senso che potrà stabilire o proibire ciò che riterrà necessario per la vita della Chiesa, che è e resta di Cristo. E’ sempre Chiesa di Cristo e non di Pietro. E' così descritto con immagini di plastica evidenza quello che la riflessione successiva qualificherà con il termine di "primato di giurisdizione".

Questa posizione di preminenza che Gesù ha inteso conferire a Pietro si riscontra anche dopo la risurrezione: Gesù incarica le donne di portarne l'annunzio a Pietro, distintamente dagli altri Apostoli (cfr Mc 16,7); da lui e da Giovanni corre la Maddalena per informare della pietra ribaltata dall'ingresso del sepolcro (cfr Gv 20,2) e Giovanni cederà a lui il passo quando i due arriveranno davanti alla tomba vuota (cfr Gv 20,4-6); sarà poi Pietro, tra gli Apostoli, il primo testimone di un'apparizione del Risorto (cfr Lc 24,34; 1 Cor 15,5). Questo suo ruolo,  sottolineato con decisione (cfr Gv 20,3-10), segna la continuità fra la preminenza avuta nel gruppo apostolico e la preminenza che continuerà ad avere nella comunità nata con gli eventi pasquali, come attesta il Libro degli Atti (cfr 1,15-26; 2,14-40; 3,12-26; 4,8-12; 5,1-11.29; 8,14-17; 10; ecc.). Il suo comportamento è considerato così decisivo, da essere al centro di osservazioni ed anche di critiche (cfr At 11,1-18; Gal 2,11-14). Al cosiddetto Concilio di Gerusalemme Pietro svolge una funzione direttiva (cfr At 15 e Gal 2,1-10), e proprio per questo suo essere il testimone della fede autentica Paolo stesso riconoscerà in lui una certa qualità di “primo” (cfr 1 Cor 15,5; Gal 1,18; 2,7s.; ecc.). Il fatto, poi, che diversi dei testi chiave riferiti a Pietro possano essere ricondotti al contesto dell'Ultima Cena, in cui Cristo conferisce a Pietro il ministero di confermare i fratelli (cfr Lc 22,31 s.), mostra come la Chiesa che nasce dal memoriale pasquale celebrato nell'Eucaristia abbia nel ministero affidato a Pietro uno dei suoi elementi costitutivi.

Questa contestualizzazione del Primato di Pietro nell’Ultima Cena, nel momento istitutivo dell’Eucaristia, Pasqua del Signore, indica anche il senso ultimo di questo Primato: Pietro, per tutti i tempi, dev’essere il custode della comunione con Cristo; deve guidare alla comunione con Cristo; deve preoccuparsi che la rete non si rompa e possa così perdurare la comunione universale. Solo insieme possiamo essere con Cristo, che è il Signore di tutti. Responsabilità di Pietro è di garantire così la comunione con Cristo con la carità di Cristo, guidando alla realizzazione di questa carità nella vita di ogni giorno. Preghiamo che il Primato di Pietro, affidato a povere persone umane, possa sempre essere esercitato in questo senso originario voluto dal Signore e possa così essere sempre più riconosciuto nel suo vero significato dai fratelli ancora non in piena comunione con noi.

Fonte: www.vatican.va

Pietro, la Roccia su cui Cristo ha Fondato la Chiesa
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giovedì 18 aprile 2013

La Fedeltà di Gesù

Gesù2

In ognuno di noi deve crescere Cristo il vero consacrato del Padre e il Pastore al quale i sacerdoti prestano la voce e i gesti, essendo sua presenza; liberi per portare all’odierna società Gesù morto e risorto, che rimane con noi sino alla fine dei secoli e a tutti si dona nella Santissima Eucaristia.

Il Nuovo Testamento ci insegna che il servo fedele è Gesù, il figlio e verbo del Padre, che viene a compiere la Scrittura e l’opera del Padre suo…

Gv 19,28-30: Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò.

Per mezzo di Gesù si sono mantenute tutte le promesse di Dio

2Cor. 1,20: E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute "sì". Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro Amen per la sua gloria.

In Gesù Cristo sono la salvezza e la gloria degli eletti

2 Tim 2,10: Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch'essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.

Con Gesù Cristo, gli uomini sono chiamati dal Padre ad entrare in comunione; e per mezzo suo i credenti saranno confermati e resi fedeli alla loro vocazione fino alla fine

Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo: fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!

In Cristo quindi si manifesta in pienezza la fedeltà di Dio….

1Ts 5,23-24: Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. [24]Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!

…e il fedele viene rassicurato….

2Ts 3,3-5: Ma il Signore è fedele; egli vi confermerà e vi custodirà dal maligno. E riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore, che quanto vi ordiniamo gia lo facciate e continuiate a farlo. Il Signore diriga i vostri cuori nell'amore di Dio e nella pazienza di Cristo.

… ei doni di Dio sono irrevocabili

Rm 11,29: perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!

Dobbiamo imitare la fedeltà di Cristo, tenendo duro fino alla morte, e contare sulla sua fedeltà per vivere e regnare con lui

2 Tim 2,11-12: Certa è questa parola:

Se moriamo con lui, vivremo anche con lui;
se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo;
se lo rinneghiamo, anch'egli ci rinnegherà;

Più ancora: anche se noi siamo infedeli, egli rimane fedele; perché, se può rinnegarci, non può rinnegare se stesso…

2Tim 2,13: se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.

….oggi, come ieri e per sempre, egli rimane ciò che è…

Eb 13,8: Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!

…il sommo sacerdote misericordioso e fedele…

Eb 2,17: Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo.

…che permette di accedere con sicurezza al trono della grazia…

Eb 4,14-16: Poiché dunque abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno.

… a coloro che, fondandosi sulla fedeltà della promessa divina, conservano una fede ed una speranza indefettibili

Eb 10,23: Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso.

A questa fedeltà è riservata la ricompensa di partecipare alla gioia del Signore

Gv 15,11: Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena

Ma questa fedeltà esige una lotta contro il tentatore, il maligno, che richiede vigilanza e preghiera

Mt 26,41: Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole.

Negli ultimi tempi la prova di questa fedeltà sarà terribile: i santi dovranno esercitare una grande costanza…

Ap 14,12: Qui appare la costanza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù.

….la cui grazia viene loro dal sangue dell'Agnello

Ap 14-15: Gli risposi: "Signore mio, tu lo sai". E lui: "Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.

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