Google
la Web Tradizionalista Cattolico

martedì 7 ottobre 2014

Lepanto, 7 ottobre 1571

lepanto 1571Ricordiamo la crociata di san Pio V contro i Turchi che portò alla gloriosa vittoria di Lepanto pubblicando alcune pagine di Ludwig von Pastor, tratte dalla sua monumentale Storia dei Papi. Dopo che s'era discusso per lo spazio di più che tre settimane, finalmente ai 16 di settembre avvenne la partenza da Messina. Diversità d'idee e dissapori si verificarono tuttavia anche altrimenti fra i capitani: ma tutti sentivano che s'andava incontro alla battaglia decisiva. Le ciurme vi si prepararono anche col ricevere i santi sacramenti dai Cappuccini e Gesuiti addetti alla flotta (225). Divisa in quattro squadre, la flotta della lega volse verso Corfù radunandosi poi nel porto di Gomenitsa sulla costa dell'Albania. Ivi in conseguenza d'un'arbitraria azione di Venier contro uno spagnuolo si venne a un litigio con Don Juan, che senza l'avveduto intervento di Colonna avrebbe potuto avere le peggiori conseguenze. Si concordò che intanto Agostino Barbarigo assumesse le veci di Venier. Nel frattempo, degli esploratori fecero sapere che la flotta turca era nel porto di Lepanto, l'antica Naupatto. I giorni seguenti passarono in mutua osservazione. Frattanto arrivò la nuova della caduta di Famagosta avvenuta il 1° agosto, dell'obbrobriosa mancanza alla parola commessa dai Turchi e della crudele esecuzione dell'eroico Bragadino. I Turchi avevano scorticato vivo l'infelice, imbottitane la pelle, che, vestita dell'abito veneziano rispondente all'officio, fu trascinata per la città! (226) La novella di questi orrori andò diffondendosi prestamente e tutti i combattenti anelavano alla vendetta. Presi tutti i provvedimenti necessarii per una battaglia, la flotta nella notte del 6 ottobre nonostante vento sfavorevole fece vela, tenendosi strettamente alle isole rupestri delle Curzolari, note nell'antichità col nome di Echinadi, verso l'ampio golfo di Patrasso. Allorchè la mattina seguente, per lo stretto canale fra l'isola Oscia e il capo Scrofa si entrò in quel golfo, Don Juan dopo breve con siglio con Venier (227) diede con un colpo di cannone il segno di disporsi per l'attacco, facendo nello stesso tempo issare all'albero maestro della sua nave il vessillo della Santa lega (228). Gli ecclesiastici addetti alla flotta impartirono l'assoluzione generale: ancora una breve, fervida preghiera e poi da migliaia di voci risuonò il grido: Vittoria! Vittoria! Viva Cristo! (229) Le forze a fronte erano molto considerevoli e a un dipresso egualmente forti. I Turchi disponevano di 222 galere, 60 altri vascelli, 750 cannoni, 34,000 soldati, 13,000 marinai e 41,000 schiavi rematori; i cristiani di 207 galere (105 veneziane, 81 spagnuole, 12 pontificie, 3 di Malta, Genova e Savoia ciascuna), 30 altri vascelli, 6 grandi galere o galeazze che «sembravano castelli», 1800 cannoni, 30,000 soldati, 12,900 marinai e 43,000 rematori (230). Seguendo la tattica d'allora Don Juan aveva diviso la flotta in quattro squadre quasi egualmente forti e distinte dai colori delle bandiere. Le sei galeazze dei veneziani comandate da Francesco Duodo costituivano l'avanguardia e colla loro superiore artiglieria dovevano spaventare e mettere in disordine i Turchi (231). Dietro ad esse veleggiavano in linea dritta le prime tre squadre, avendo il comando dell'ala sinistra il provveditore veneziano Agostino Barbarigo, della destra l'ammiraglio spagnuolo Doria, del centro Don Juan. Ai due lati della sua nave ammiraglia veleggiavano Colonna e Venier. La quarta squadra sotto Alvaro de Bazan, marchese di Santa Cruz (232), formava la retroguardia. Comandava l'ala sinistra della flotta turca il rinnegato calabrese Uluds Alì (Occhiali) (233), pascià d'Algeri, la destra Mohammed Saulak, governatore d'Alessandria, il centro il generalissimo grand’ammiraglio Muesinsade Alì. Verso mezzogiorno si calma il vento favorevole ai Turchi. Mentre che il sole sfolgora dal cielo senza nubi, le due flotte s’urtano una contro l'altra, una sotto il vessillo del Crocefisso, l'altra sotto la bandiera purpurea del sultano col nome di Allah ricamato a lettere d'oro. I Turchi cercano di oltrepassare i loro nemici alle due estremità. Al fine di impedire la cosa, Doria distende la sua linea di battaglia tanto che fra l'ala destra e il centro si forma un vuoto, nel quale il nemico può facilmente penetrare. Mentre qui la lotta prende una piega pericolosa e Doria in seguito ad abili manovre dei Turchi è spinto con 50 galere verso il mare aperto, la battaglia si svolge molto felicemente all'ala sinistra. Ivi i veneziani combattono contro forze preponderanti con altrettanta tenacia che successo, sebbene il loro capo, il Barbarigo, colpito a un occhio da una freccia, cada mortalmente ferito. Più violenta ondeggia la battaglia al centro. Là Don Juan che ha a bordo 300 vecchi soldati spagnuoli (234), muove direttamente contro la nave di Alì, sulla quale trovansi 400 giannizzeri. Con lui partecipano valorosamente alla sanguinosa lotta, che rimane a lungo indecisa, le galere di Colonna, Requesens, Venier e dei principi di Parma e Urbino. La morte del grande ammiraglio turco Alì, la cui ricca galera viene saccheggiata dai soldati di Don Juan e di Colonna, reca la decisione alle ore 4 circa del pomeriggio. Allorquando i Turchi apprendono il disfacimento del loro centro, anche la loro ala sinistra cede e in conseguenza Uluds deve interrompere la lotta con Doria e pensare alla sua ritirata, che egli eseguisce aprendosi fra gravi perdite la via con 40 galere verso Santa Maura e Lepanto (235). Sebbene l'esaurimento dei rematori e lo scoppio d'un violento temporale impedissero che si compisse lunga caccia dei nemici, la vittoria dei cristiani fu tuttavia completa. Rottami di navi e cadaveri coprivano in larga estensione il mare. Circa 8000 Turchi erano morti e 10.000 caduti prigioni; 117 delle loro galere caddero in mano dei cristiani e 50 erano affondate o incendiate. I vincitori perdettero 12 galere ed ebbero 7500 morti con altrettanti feriti. Numerosi trofei, come bandiere purpuree con iscrizioni d'oro e d'argento, con stelle e luna, e una grande parte dell'artiglieria nemica erano venuti in mano dei cristiani: 42 prigionieri appartenevano alle più ragguardevoli famiglie turche: fra essi erano il governatore di Negroponte e due figli del grande ammiraglio Alì. Il bottino più bello consistette in 12,000 schiavi cristiani applicati alle galere, fra cui 2000 spagnuoli, che dovettero alla vittoria la loro liberazione (236). Molto sangue di nobili andò versato. Mentre gli spagnuoli ebbero a deplorare la perdita di Juan de Córdova, Alfonso de Cárdena e Juan Ponce de León, i veneziani perdettero 20 nobili delle prime case della repubblica. Fabiano Graziani, fratello dello storico di questa guerra, era caduto a lato del Colonna su una galera pontificia. Fra i feriti trovaronsi Venier e un genio allora tuttavia ignoto al mondo, il poeta Cervantes (237). Come la spagnuola e la veneziana, così s'era coperta di gloria anche la nobiltà di Napoli, Calabria, Sicilia e specialmente dello Stato pontificio. Con Alessandro Farnese, principe di Parma, e Francesco Maria della Rovere, principe d'Urbino, si videro fra i combattenti Sforza conte di Santa Fiora, Ascanio della Corgna, Paolo Giordano Orsini di Bracciano, Virginio Orsini di Vicovaro, Orazio Orsini di Bomarzo, Pompeo Colonna, Gabrio Serbelloni, Troilo Savelli, Onorato Caetani, Lelio de' Massimi, Michele Bonelli, i Frangipani, Santa Croce, Capizuchi, Ruspoli, Gabrielli, Malvezzi, Oddi, Berardi (238). Con giustificato orgoglio la storiografia italiana ricorda la parte gloriosa presa da rappresentanti di tutti i territorii della penisola appenninica alla battaglia navale, che fu la maggiore a memoria d'uomo (239) Con indescrivibile tensione aveva Pio V tenuto gli occhi rivolti all'Oriente. I suoi pensieri erano continuamente presso la flotta cristiana, i suoi voti la precorrevano di molto. Giorno e notte egli in ardente preghiera la raccomandava alla protezione dell'Altissimo. Dopo che ebbe ricevuto notizia dell'arrivo di Don Juan a Messina, il papa raddoppiò le sue penitenze ed elemosine. Egli aveva ferma fiducia nella potenza della preghiera, specialmente del rosario (240). In un concistoro del 27 agosto Pio V invitò i cardinali a digiunare un giorno la settimana ed a fare straordinarie elemosine, solo colla penitenza potendosi sperare misericordia da Dio in sì grande distretta (241). Sua Santità -così notificò ai 26 di settembre del 1571 l'ambasciatore spagnuolo- digiuna tre giorni la settimana e dedica quotidianamente molte ore alla preghiera: ha ordinato anche preghiere nelle chiese (242). Per assicurare Roma da un'improvvisa irruzione di corsari turchi, il papa al principio di settembre aveva comandato che si terminasse la fortificazione di Borgo (243). Soltanto molto rare arrivavano notizie sull'armata cristiana e pertanto alla Curia si stava in penosa incertezza. Fu quindi come un liberazione l'apprendere finalmente ai primi di ottobre l'arrivo della flotta della lega a Corfù (244). Giunta ai 13 di ottobre la nuova che la flotta turca trovavasi a Lepanto e che quella della lega si sarebbe messa in movimento il 30 settembre, (245) non v'aveva dubbio che il cozzo era imminente. Il papa, sebbene fermamente fiducioso della vittoria delle armi cristiane (246), ordinò tuttavia straordinarie preghiere diurne e notturne in tutti i monasteri di Roma: egli poi in simili esercizi andava avanti a tutti col migliore esempio (247). La sua preghiera doveva finalmente venire esaudita. Nella notte dal 21 al 22 ottobre arrivò un corriere mandato dal nunzio a Venezia Facchinetti e rimise al cardinal Rusticucci che dirigeva gli affari della segreteria di Stato una lettera del Facchinetti contenente la notizia portata a Venezia il 19 ottobre da Giofrè Giustiniani della grande vittoria ottenuta presso Lepanto sotto l'ottima direzione di Don Juan (248). Il cardinale fece tosto svegliare il papa, che prorompendo in lagrime di gioia pronunziò, le parole del vecchio Simeone: «nunc dimittis servum tuum in pace». Si alzò subito per ringraziare Iddio in ginocchio e poi ritornò in letto, ma per la lieta eccitazione non potè trovar sonno (249). La mattina seguente si recò a S. Pietro per nuova calda preghiera di ringraziamento, ricevendo poscia gli ambasciatori e cardinali ai quali disse che ora dovevansi fare nel prossimo anno gli sforzi estremi per continuare la guerra turca (250). In quest'occasione egli alludendo al nome di Don Juan ripetè le parole della Scrittura: «fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Ioannes». (…) Tanto Colonna quanto il papa avevano chiara coscienza di quanto mancasse ancora per raggiungere la grande meta dell'abbattimento della potenza degli ottomani: ambedue erano così concordi sui passi da intraprendersi che Pio V associò il suo esperimentato ammiraglio ai cardinali deputati per gli affari della lega, che dal 10 dicembre tenevano quasi ogni giorno coi rappresentati di Spagna, Requesens e Pacheco, e cogli inviati di Venezia due sedute (278), spesso della durata di cinque ore (279). Sotto pena di scomunica riservata al papa tutto era tenuto rigorosissimamente segreto, perchè il sultano aveva mandato a Roma degli spioni parlanti italiano (280). Nelle consulte ordinate dal papa nei mesi di ottobre e novembre era venuta in prima linea la provvista dei mezzi finanziarii (281); ora trattavasi principalmente dello scopo dell'impresa da compiersi nella prossima primavera. E qui solo malamente i rappresentanti sia di Spagna, sia di Venezia potevano nascondere la gelosia e avversione, che nutrivano a vicenda. Gli interessi particolari dei due alleati emersero sì fortemente che venne messa in forse qualsiasi azione comune. I veneziani volevano servirsi della lega non solo per riavere Cipro, ma anche per fare nuove conquiste in Levante. Filippo II, invece, avverso ad ogni rafforzamento della repubblica di S. Marco, fece dichiarare dal Requesens che la lega doveva in primo luogo muovere contro gli stati berbereschi dell’Africa, perchè questi tornassero in possesso della Spagna. In questa proposta i veneziani videro una trappola per impedirli dalla riconquista di Cipro ed esporli al pericolo di perdere anche Corfù mentre la loro flotta combatteva gli stati berbereschi pel re di Spagna (282). A Venezia ritenevasi ora sicuro che Filippo II volesse trarre il maggior utile possibile nel suo proprio interesse dalle forze della lega. Non può dirsi con certezza quanto le lagnanze per ciò sollevate siano giustificate. Per giudicare rettamente il re di Spagna va in ogni modo tenuto conto del contegno della Francia, il cui governo fu abbastanza svergognato da proporre al sultano subito dopo la battaglia di Lepanto un'alleanza diretta contro la Spagna. Filippo II era perfettamente a giorno delle trattative che la Francia conduceva non solo col sultano, ma anche cogli ugonotti, i capi della rivoluzione neerlandese e con Elisabetta d'Inghilterra. In conseguenza egli doveva fare i conti con un contemporaneo attacco d'una coalizione franco-neerlandese-inglese-turca. Non fu pertanto solo gelosia verso Venezia quella che guidò il re cattolico (283). Del resto lo stesso Don Juan confessò ch'era contro il tenore del patto della lega rinunciare alla guerra contro il sultano a favore di un'impresa in Africa (284). Di fronte al contrasto degli interessi spagnuoli e veneziani Pio V continuò a rappresentare la concezione più vasta e sommamente disinteressata: egli pensava alla liberazione di Gerusalemme, a cui doveva precedere la conquista di Costantinopoli (285). Ma, come scrisse Zúñiga all’Alba il 10 novembre 1571, un colpo efficace nel cuore della potenza ottomana era possibile soltanto in vista di un attacco contemporaneo e all'impensata per terra e per mare (286). Di qui i continuati sforzi di Pio V per arrivare a una coalizione europea contro i Turchi. Se a questo riguardo nulla era da sperarsi dalla Francia (287), che nel luglio aveva mandato un ambasciatore in Turchia (288), egli tuttavia sperava di guadagnare all'idea almeno altre potenze, prima di tutti l’imperatore, poi Polonia e Portogallo. A dispetto di tutti gli insuccessi finallora incontrati egli coi suoi legati e nunzi continuò a spingere sempre a questa meta (289). Pio V cercava di utilizzare al possibile a questo riguardo il più leggero segno di buona volontà. Così prese occasione dalle frasi generiche, con cui Massimiliano II assicurò di essere disposto ad aiutare la causa cristiana, per dargli l'aspettativa da parte degli alleati di un aiuto di 20,000 uomini a piedi e di 2000 a cavallo. L'imperatore ringraziò ai 25 di gennaio del 1572 dell'offerta deplorando di non potere subito decidersi in un negozio di tale importanza (290). A Roma il duca di Urbino fece risaltare che c'era poco da sperare da Massimiliano ed anzi nulla dai principi tedeschi, specialmente dai protestanti. In un memoriale del papa del gennaio 1572 egli sostenne con buone ragioni l'idea che la guerra dovesse condursi là dove esercito e flotta potessero operare congiunte e dove «noi siamo padroni della situazione», quindi principalmente colla flotta in Levante. Se i Turchi venissero attaccati in Europa dall'imperatore e dalla Polonia, tanto meglio; ma la cosa principale è che si attacchi tosto, perchè chi semplicemente si difende non combatte; chi vuole conquistare deve andare avanti risoluto. La lega quindi si volga contro Gallipoli aprendosi così lo stretto dei Dardanelli (291). Ma per tale impresa era incondizionatamente necessaria una intesa della Spagna con Venezia, mentre invece i loro rappresentanti da mesi altercavano a Roma nel modo più spiacevole. Quando finalmente i veneziani fecero la proposta, conforme alle clausole del patto della lega del maggio 1571, di far decidere dal papa i punti contestati, anche la Spagna non osò fare opposizione. Decise Pio V che la guerra della lega dovesse continuarsi nel Levante, che nel marzo la flotta pontificia si riunisse con la spagnuola a Messina e s'incontrasse con la veneta a Corfù, donde le tre forze unite dovevano procedere secondo gli ordini dei loro ammiragli, che gli alleati aumentassero, potendolo, le loro galere fino a 250 e procurassero secondo la proporzione prescritta nel patto della lega 32,000 soldati e 500 cavalieri oltre alla corrispondente artiglieria e munizioni e che alla fine di giugno dovessero trovarsi riuniti a Otranto 11,000 soldati (1000 pontifici, 6000 spagnuoli e 4000 veneziani). Ognuno degli alleati doveva preparare vettovaglie per sette mesi (292). Queste convenzioni vennero sottoscritte il 10 febbraio 1572 (293). Il 16 Pio V ammonì il gran maestro dei Gerosolimitani di tenere pronte le sue galere a Messina (294). I preparativi nello Stato pontificio, pei quali il denaro venne procurato principalmente col «Monte della Lega» (295), furono spinti avanti sì alacremente che nello stesso giorno si potè inviare ad Otranto 1800 uomini (296). A Civitavecchia erano pronte tre galere ed altre là erano attese da Livorno (297). Il papa era tutto pieno del pensiero della crociata: egli viveva e movevasi nel progetto, di cui fin dal principio era stato da solo l'anima. Per dieci anni, così si espresse Pio V col cardinale Santori, deve farsi guerra ai Turchi per mare e per terra (298). La bolla del giubileo, in data 12 marzo 1572, concedeva a tutti coloro, che prendevano essi stessi le armi o volevano equipaggiare un altro o contribuire con denaro, le stesse indulgenze che per il passato avevano acquistate i crociati; i beni di quelli, che partivano per la guerra, dovevano essere sotto la protezione della Chiesa nè potevano venire pregiudicati da chicchessia; tutte le loro liti dovevano sospendersi fino al loro ritorno o a che ne fosse accertata la morte ed essi dovevano restare esenti da ogni tributo (299). Da una notizia del 15 marzo 1572 appare quanto la faccenda tenesse occupato il papa: in questa settimana si sono tenute in Vaticano niente meno che tre consulte in proposito (300). Per infervorare Don Juan, alla fine di marzo del 1572 gli vennero mandati come speciale distinzione lo stocco e il berretto benedetti a Natale (301). Con nuove speranze Pio V guardava al futuro: buona ventura gli risparmiò di vedere che la gloriosa vittoria di Lepanto rimanesse senza immediate conseguenze strategiche e politiche a causa della gelosia e dell’egoismo degli spagnuoli e veneziani, che dal febbraio 1572 disputarono sulle spese della spedizione dell'anno passato (302). Tanto più grandi furono però gli effetti mediati. Quanto profondamente venisse scosso l'impero del sultano, risulta dal movimento che prese i suoi sudditi cristiani. Non era affatto ingiustificata la speranza d'una insurrezione di cui sarebbe stata la base la popolazione cristiana di Costantinopoli e Pera, che contava 40,000 uomini (303). Aggiungevasi la sensibile perdita della grande flotta, che d'un colpo era stata annientata con tutta l'artiglieria e l'equipaggio difficile a surrogarsi. Se anche, in seguito della grandiosa organizzazione dell'impero e della straordinaria attività di Occhiali, si riuscì a creare un nuovo equivalente, l'avvenire doveva tuttavia insegnare che dalla battaglia di Lepanto data la lenta decadenza di tutta la forza navale di Turchia: era stato messo un termine al suo avanzare e l'incubo della sua invincibilità era stato per la prima volta distrutto (304). Ciò sentì istintivamente il mondo cristiano ora respirante più agevolmente. Di qui la letizia interminabile, che passò rumorosa per tutti i paesi (305). «Fu per noi tutti come un sogno», scrisse l’11 novembre 1571 a Don Juan da Madrid Luis de Alzamara; «credemmo di riconoscere l'immediato intervento di Dio» (306). Le chiese de’ paesi cattolici risuonarono dell'inno di ringraziamento, il «Te Deum» (307). Primo fra tutti Pio V richiamò il pensiero al cielo: nelle medaglie commemorative, che fece coniare, egli pose le parole del salmista: «la destra del Signore ha fatto cose grandi; da Dio questo proviene» (308). Poichè la battaglia era stata guadagnata la prima domenica d'ottobre, in cui a Roma le confraternite del rosario facevano le loro processioni, Pio V considerò autrice della vittoria la potente interceditrice, la misericordiosa madre della cristianità e quindi ordinò che ogni anno nel giorno della battaglia si celebrasse una festa di ringraziamento come «commemorazione della nostra Donna della vittoria» (309). Addì 1° aprile 1573 il suo successore Gregorio XIII stabilì che la festa venisse in seguito celebrata come festa del Rosario la prima domenica d'ottobre (310). In Ispagna e Italia, i paesi più minacciati dai Turchi, sorsero ben presto chiese e cappelle dedicate a «Maria della Vittoria» (311). Il senato veneto pose sotto la rappresentazione della battaglia nel palazzo dei dogi le parole: «nè potenza e armi nè duci, ma la Madonna del Rosario ci ha aiutato a vincere» (312). Molte città, come ad es. Genova (313), fecero dipingere la Madonna del Rosario sulle loro porte ed altre introdussero nelle loro armi l'immagine di Maria che sta sulla mezza luna.

Tratto da: Ludwig von Pastor, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Desclée, Roma 1950, vol. 8, 1566-1572

domenica 5 ottobre 2014

Supplica alla Madonna di Pompei

rosario

 

 

(da recitarsi l'8 maggio e la prima domenica di ottobre a mezzogiorno)

I. - O Augusta Regina delle vittorie, o Vergine sovrana del Paradiso, al cui nome potente si rallegrano i cieli e tremano per terrore gli abissi, o Regina gloriosa del Santissimo Rosario, noi tutti, avventurati figli vostri, che la bontà vostra ha prescelti in questo secolo ad innalzarvi un Tempio in Pompei, qui prostrati ai vostri piedi, in questo giorno solennissimo della festa dei novelli vostri trionfi sulla terra degl'idoli e dei demoni, effondiamo con lacrime gli affetti del nostro cuore, e con la confidenza di figli vi esponiamo le nostre miserie.

Deh! da quel trono di clemenza ove sedete Regina, volgete, o Maria, lo sguardo vostro pietoso verso di noi, su tutte le nostre famiglie, sull'Italia, sull'Europa, su tutta la Chiesa; e vi prenda compassione degli affanni in cui volgiamo e dei travagli che ne amareggiano la vita. Vedete, o Madre, quanti pericoli nell'anima e nel corpo ne circondano: quante calamità e afflizioni ne costringono! O Madre, trattenete il braccio della giustizia del vostro Figliuolo sdegnato e vincete colla clemenza il cuore dei peccatori: sono pur nostri fratelli e figli vostri, che costarono sangue al dolce Gesù, e trafitture di coltello al vostro sensibilissimo Cuore. Oggi mostratevi a tutti, qual siete, Regina di pace e di perdono.

Salve Regina.

II. - È vero, è vero che noi per primi, benché vostri figliuoli, coi peccati torniamo a crocifiggere in cuor nostro Gesù, e trafiggiamo novellamente il vostro Cuore. Sì, lo confessiamo, siamo meritevoli dei più aspri flagelli. Ma Voi ricordatevi che sulla vetta del Golgota raccoglieste le ultime stille di quel sangue divino e l'ultimo testamento del Redentore moribondo. E quel testamento di un Dio, suggellato col sangue di un Uomo-Dio, vi dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori. Voi, dunque, come nostra Madre, siete la nostra Avvocata, la nostra Speranza. E noi gementi stendiamo a Voi le mani supplichevoli, gridando: Misericordia!

Pietà vi prenda, o Madre buona, pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri fratelli estinti, e soprattutto dei nostri nemici, e di tanti che si dicono cristiani, e pur dilacerano il Cuore amabile del vostro Figliuolo. Pietà, deh! pietà oggi imploriamo per le nazioni traviate, per tutta l'Europa, per tutto il mondo, che torni pentito al cuor vostro. Misericordia per tutti, o Madre di Misericordia.

Salve Regina.

III. - Che vi costa, o Maria, l'esaudirci? Che vi costa il salvarci? Non ha Gesù riposto nelle vostre mani tutti i tesori delle sue grazie e delle sue misericordie? Voi sedete coronata Regina alla destra del vostro Figliuolo, circondata di gloria immortale su tutti i cori degli Angeli. Voi distendete il vostro dominio per quanto son distesi i cieli, e a Voi la terra e le creature tutte che in essa abitano sono soggette. Il vostro dominio si estende fino all'inferno, e Voi sola ci strappate dalle mani di Satana, o Maria.

Voi siete l'Onnipotente per grazia. Voi dunque potete salvarci. Che se dite di non volerci aiutare, perché figli ingrati ed immeritevoli della vostra protezione, diteci almeno a chi altri mai  dobbiamo ricorrere per essere liberati da tanti flagelli.

Ah, no! Il vostro Cuore di Madre non patirà di veder noi, vostri figli, perduti. Il Bambino che noi vediamo sulle vostre ginocchia, e la mistica corona che miriamo nella vostra mano, c'ispirano fiducia che noi saremo esauditi. E noi confidiamo pienamente in Voi, ci gettiamo ai vostri piedi, ci abbandoniamo come deboli figli tra le braccia della più tenera fra le madri, ed oggi stesso, sì, oggi da Voi aspettiamo le sospirate grazie.

Salve Regina.

Chiediamo la benedizione a Maria.

Un'ultima grazia noi ora vi chiediamo, o Regina, che non potete negarci in questo giorno solennissimo. Concedete a tutti noi l'amore vostro costante, e in modo speciale la vostra materna benedizione. No, non ci leveremo dai vostri piedi, non ci staccheremo dalle vostre ginocchia, finché non ci avrete benedetti.

Benedite, o Maria, in questo momento, il Sommo Pontefice. Ai prischi allori della vostra Corona, agli antichi trionfi del vostro Rosario, onde siete chiamata Regina delle vittorie, deh! aggiungete ancor questo, o Madre: concedete il trionfo alla Religione e la pace alla umana società. Benedite il nostro Vescovo, i Sacerdoti e particolarmente tutti coloro che zelano l'onore del vostro Santuario.

Benedite infine tutti gli Associati al vostro novello Tempio di Pompei, e quanti coltivano e promuovono la divozione al vostro Santo Rosario.

O Rosario benedetto di Maria; Catena dolce che ci rannodi a Dio; Vincolo di amore che ci unisci agli Angeli; Torre di salvezza negli assalti d'inferno; Porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell'ora di agonia; a te l'ultimo bacio della vita che si spegne. E l'ultimo accento delle smorte labbra sarà il nome vostro soave, Regina del Rosario della Valle di Pompei, o Madre nostra cara, o unico Rifugio dei peccatori, o sovrana Consolatrice dei mesti. Siate ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo. Così sia.

Salve Regina.

(vero testo della Supplica scritta dal beato Bartolo Longo)

Continua a leggere...

sabato 4 ottobre 2014

Nel Giorno di San Francesco Ricordiamo il Martirio dei 30 Francescani Uccisi dai Partigiani Comunisti

martirio francescani

4 ottobre  – Nel giorno di San Francesco ricordiamo il martirio di trenta francescani assassinati dai partigiani comunisti nel 1945 in Bosnia.

I Martiri di Siroki Brijeg: i Frati Minori Francescani uccisi a Siroki Brijeg (Boznia-Erzegovina) il 7 febbraio 1945

Medjugorje, piccolo villaggio della Bosnia-Erzegovina, è conosciuto da tanti fedeli cattolici, soprattutto italiani, per le (presunte, ndr) apparizioni mariane … Ai tanti pellegrini che affollano il villaggio può capitare di visitare, nelle vicinanze del paesino, il santuario di Siroki Brijeg, titolato alla Madonna Assunta in Cielo, santuario che costituisce l’autentico vessillo religioso dell’Erzegovina, riconosciuto anche al di fuori dei confini della piccola regione.

Quel monastero, vero e proprio scrigno della storia e delle memorie del popolo croato di Erzegovina, fu teatro, il 7 febbraio 1945, di una delle più efferate stragi commesse dai partigiani comunisti locali, eccidio rimasto indelebile nella memoria della gente del luogo nonostante tutti i tentativi, anche violenti, delle autorità comuniste di far dimenticare l’episodio. Il complesso, comprendente il santuario, il convento, una scuola e una chiesa dedicata alla Madonna Assunta in cielo, era stato costruito nel 1846 (durante la dominazione turca), grazie alla dedizione di dodici francescani originari dell’Erzegovina e provenienti da Kresevo, in Bosnia. Subito iniziarono anche i lavori per edificare il monastero e successivamente un edificio da adibire a seminario.

Nelle vicinanze edificarono un centro scolastico che comprendeva anche una scuola ginnasiale ove i frati insegnavano alle giovani generazioni della Bosnia-Erzegovina.Venne pure costruita una casa per tutti quelli che venivano da lontano per frequentare la scuola. Così, il luogo divenne un centro culturale cristiano ed il santuario si trasformò in un simbolo per l’Erzegovina; per questo motivo un gruppo di partigiani comunisti decise di distruggerlo dalle fondamenta, al fine di sradicare dal cuore del popolo la fede cattolica e la benevolenza e la riconoscenza verso i frati francescani.

Arrivati a Siroki Brijeg alle tre del pomeriggio del 7 febbraio 1945, i partigiani trovarono nel monastero trenta religiosi, alcuni dei quali erano professori nel ginnasio adiacente il santuario. I comunisti hanno detto: “Dio è morto, Dio non c’è, non c’è, il Papa, non c’è la Chiesa, non c’è bisogno di voi, andate anche voi nel mondo a lavorare”. Con minacce e bestemmie cercarono di persuadere i frati a lasciare l’abito religioso, ma essi risposero: “Noi siamo religiosi, consacrati, non possiamo lasciare il nostro abito religioso”. Allora, un soldato arrabbiato prese il Crocifisso e lo buttò a terra. “Ecco – disse – adesso potete scegliere la vita o la morte”. Ogni frate, dopo essersi inginocchiato e aver baciato Gesù, stringendo la Croce sul petto, disse come San Francesco: “Tu sei il mio Dio, il mio Tutto”. Testimoni oculari, tra i quali alcuni militari che facevano parte del plotone d’esecuzione, hanno successivamente raccontato che i frati andarono incontro alla morte pregando e cantando le litanie della Madonna.

Uno di quei soldati è rimasto scioccato dal comportamento eroico dei frati. Lui ha raccontato: “Fin da bambino, nella mia famiglia, ho sempre sentito dalla mamma che Dio c’è, Dio esiste. Al contrario, Lenin, Stalin, Tito avevano sempre affermato e fatto di tutto per inculcare in ciascuno di noi: Dio non c’è, non esiste! Quando le circostanze della vita mi hanno portato a trovarmi di fronte ai martiri di Siroki Brijeg e ho visto come quei frati hanno affrontato la morte, pregando e benedicendo i loro persecutori, chiedendo a Dio di perdonare le colpe dei carnefici, allora mi sono risuonate chiare la parole di mia madre e ho pensato: la mia mamma aveva ragione, Dio c’è, Dio esiste!” Quel soldato, oggi, è convertito ed ha un figlio sacerdote e una figlia suora.Terminata l’esecuzione i loro corpi furono cosparsi di benzina e bruciati. Non paghi di questo, i partigiani oltraggiarono e cancellarono la scritta sulla pietra invocante Dio e la Madonna, posta sopra l’ingresso del convento e distrussero la biblioteca contenente circa 150 mila volumi, che documentavano le tappe della storia e delle sofferenze del popolo croato di Erzegovina.

I martiri di Siroki Brijeg Fra Bruno Adamcik, di 37 anni; Fra Marko Barbaric, di 80 anni. Quel 7 febbraio 1945 giaceva a letto ammalato di tifo. Gli ufficiali comunisti ordinarono di portarlo fuori, trasportandolo su una coperta. Quindi fu ucciso e buttato nel fuoco assieme agli altri confratelli; Fra Jozo Bencun, 76 anni; Fra Marko Dragicevic, 43 anni, professore di greco e latino; Fra Miljenko Ivankovic, 21 anni; Fra Andrija Jelcic, 41 anni; Fra Rudo Juric, 20 anni; Fra Fabijan Kordic, 55 anni; Fra Viktor Kosir, 21 anni; Fra Tadija Kozul, 36 anni, professore di filosofia, greco e latino; Fra Krsto Kraljevic, 50 anni; Fra Stanko Kraljevic; 74 anni; Fra Zarko Leventic, 26 anni. Anch’egli ammalato di tifo, fu preso e ucciso come gli altri confratelli; Fra Bonifacije Majic, 62 anni, professore e catechista; Fra Stjepan Majic, 20 anni, aveva appena terminato il noviziato; Fra Arkandeo Nuic, 49 anni, professore di greco, latino, tedesco e francese; Fra Borislav Pandzic, 35 anni, professore di religione; Fra Kresimir Pandzic, 53 anni, professore di lingua classica e direttore della scuola; Fra Fabijan Paponja, 48 anni; Fra Nenad Venancije Pehar, 35 anni, professore di filosofia; Fra Melhior Prlic, 53 anni; Fra Ludovik Rados, 20 anni, aveva appena terminato il noviziato; Fra Leonard Rupcic, 38 anni, professore di francese; Fra Mariofil Sivric, 32 anni, Fra Ivo Sliskovic, 68 anni; Fra Kornelije Susac, 20 anni; Fra Dobroslav Simovic, 38 anni, professore ed educatore dei seminaristi; Fra Radoslav Vuksic, 51 anni, professore di matematica e fisica, direttore del ginnasio per sei anni; Fra Roland Zlopasa, 33 anni, professore; Fra Leopold Augustin Zubac, 55 anni, professore.

 

http://www.imolaoggi.it/2014/10/04/il-martirio-di-30-francescani-uccisi-dai-partigiani-comunisti-nel-1945-in-bosnia/

Continua a leggere...

sabato 27 settembre 2014

Come le Sinistre Italiane ti Finanziano il Terrorismo Islamico…

sinistre terrorismo

Chi legge quotidianamente i giornali ben sa che dal marzo 2011 è in corso un conflitto in Siria e che l’opposizione, spesso definita moderata dai nostri politicanti, imbracciava le armi e si faceva chiamare Free Syrian Army, con la bandiera verde, bianca e nera e tre stelle al centro.

Sul Corrierone del 14 Agosto[1] appare in prima pagina la foto di un jihadista indagato a Milano, che i più attenti sicuramente già conoscono: è Haisam Sakhanh, lo stesso dell’esecuzione sommaria apparsa sul New York Times[2], lo stesso che ha assaltato l’ambasciata siriana a Roma[3], nonché lo stesso che appare in una foto con l’inviata RAI Lucia Goracci[4].

Al tempo uscì anche un trafiletto su Repubblica[5], ricordo che lo lessi quasi per caso, perché non era facilmente raggiungibile dalla home page. La giornalista delinea più o meno lo stesso inquietante quadro di favoreggiamento al terrorismo, tirando in ballo persino Nour Dachan, ex presidente UCOII e molto conosciuto tra gli islamici italiani.

Di seguito, alcune dichiarazioni rilevanti:

1. L’ex ministro degli esteri, Giulio Terzi, al tempo il riferimento numero uno in Italia per gli jihadisti siriani:

"Il ministro Terzi - prosegue il documento - ha specificato che tale intesa a 27 è uno sviluppo positivo che va nel senso da noi auspicato di un rafforzamento del sostegno europeo all'opposizione siriana, sia sul piano politico che su quello materiale'. Ha dichiarato inoltre che all'incontro del Gruppo di alto livello sulla Siria a Roma, l'Italia e i Paesi europei proporranno agli Stati Uniti che gli aiuti militari vengano estesi fino a comprendere anche l'assistenza tecnica, l'addestramento e la formazione, in modo da 'consolidare l'azione della coalizione'."[5]

2. Nour Dachan, ex presidente UCOII, associazione che, ricordiamo, riceve finanziamenti dal governo italiano.

“Sicuramente lo scenario siriano è diverso da quello libico e noi insistiamo ancora una volta a dire che la rivolta è pacifica, ma pacifico non vuol dire farsi ammazzare e basta, ma ricorrere agli organismi internazionali come l’ONU del quale la Siria fa parte e che prevede nel proprio statuto la protezione dei civili."[6]

3. Khalid Chaouki, deputato PD in quota UCOII.

“La situazione in Siria è ormai da tempo oltre i limiti .. L'Onu dovrà seriamente decidere per una risposta forte contro il regime sanguinario di Assad. Personalmente sono d'accordo con l'opzione militare. L'unica soluzione possibile per fermare questo criminale e per fermare il massacro in Siria."[7]

4. Pierluigi Bersani, ex segretario del PD.

"Il PD è qui per dare voce al popolo siriano. Vogliamo dare voce a questa tragedia enorme che si sta svolgendo nel silenzio e anche nella disattenzione generale e vogliamo dire con nettezza che il massacro in Siria deve fermarsi, che l'opposizione siriana deve riunirsi e convergere, che Assad deve andarsene. Vogliamo anche che l'Italia, l'opinione pubblica e i governi italiano ed europeo seguano con grande attenzione questa crisi".[8]

 

Fonte: http://radiospada.org/2014/08/come-la-politica-italiana-ha-favorito-o-finanziato-il-terrorismo-islamico/

 
 
[1] http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/14_agosto_27/terrorismo-anche-milano-indaga-reclutamento-siriani-932ae3a2-2e11-11e4-833a-cb521265f757.shtml
[2] http://www.nytimes.com/video/multimedia/100000002421671/syrian-rebels-execute-7-soldiers.html
[3] https://www.youtube.com/watch?v=LmoFnlLpWpo
[4] http://aurorasito.files.wordpress.com/2013/09/560542.jpg
[5] http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2013/02/28/news/disarmo_siria_rete_disarmo_non_armi_ma_pane_alla_popolazione_siriana-53562818/
[6] http://www.islam-online.it/2012/02/cessino-immediatamente-le-violenze-intervista-con-mohamed-nour-dachan/
[7] https://www.facebook.com/khalid.chaouki/posts/501647559922396
[8] http://www.youtube.com/watch?v=CtP9m_CN-0A
Continua a leggere...

venerdì 26 settembre 2014

Mons. Rogelio Livieres: “Io non ci sto!”

Mons. Livieres

Continua la persecuzione del massone modernista Bergoglio contro tutto quello che è cattolico tradizionalista.

Il vescovo Rogelio Livieres di Ciudad Del Este, vittima della singolarmente brutale e improvvisa "decapitazione", non ci sta, e scrive al cardinale prefetto della Congregazione per i Vescovi, il canadese Ouellet, una lettera pepata. E' a Roma da vari giorni, per parlare con il Papa, che però non gli da udienza..."A dispetto di tanti discorsi sul dialogo, la misericordia, l’apertura, la decentralizzazione e rispetto per l’autorità delle Chiese locali, non ho avuto neanche l’opportunità di parlare con il Papa Francesco".

Il vescovo Rogello di Ciudad Del Este, vittima della singolarmente brutale, dura e improvvisa decapitazione, non ci sta, e scrive al cardinale prefetto della Congregazione per i Vescovi, il canadese Ouellet, una lettera pepata. 

Nel frattempo sul sito della diocesi appare una risposta in cui si ribatte punto per punto alle accuse avanzate dalla rapida visita apostolica di Santos Abril Y Castello, uno dei personaggi di fiducia di papa Bergoglio a Roma.   

Mette in rilievo le irregolarità – anche formali – di un’operazione che ha profumo ideologico. “Come figlio obbediente della Chiesa accetto senza dubbio questa decisione anche se la considero infondata e arbitraria, e di cui il Papa dovrà rendere conto a Dio, più che a me”, scrive il vescovo, ribadendo che “a parte i molti errori umani che posso avere commesso, e per i quali sin da ora chiedo perdono a Dio e quanti possano aver sofferto, affermo una volta di più a coloro che mi vogliono ascoltare che la sostanza del caso è stata un’opposizione e una persecuzione ideologica”. Rogello era l'unico vescovo "conservatore" del Paraguay, e la sua diocesi aveva più seminaristi di tutte le altre messe insieme. 

E continua: “Il vero problema della Chiesa in Uruguay è la crisi della fede e di vita e morale che una cattiva formazione del clero ha continuato a perpetuare, insieme alla negligenza dei Pastori”. Al vescovo Rogello non è mai stato fatto vedere il testo nato dalla Visita apostolica; ma dice, se “si pensa che il problema della Chiesa in Paraguay è un problema di sacrestia che si risolva cambiando il sacrestano, ci si sbaglierebbe profondamente e tragicamente”.  

La mancanza di una comunicazione sui risultati dellla Visita apostolica ha fatto sì che il vescovo non abbi potuto rispondere debitamente. “A dispetto di tanti discorsi sul dialogo, la misericordia, l’apertura, la decentralizzazione e rispetto per l’autorità delle Chiese locali, non ho avuto neanche l’opportunità di parlare con il Papa Francesco, né il modo di chiarirgli dubbi o preoccupazioni. Di conseguenza non ho potuto ricevere nessuna correzionepaterna – o fraterna, come si vuole – da parte sua”. E conclude: “Un tal modo di procedere senza formalità, in maniera indefinita e improvvisa, non sembra molto giusta, non da luogo a una legittima difesa né alla correzione adeguata di possibili errori. Ho solo ricevuto pressioni affinché rinunciassi”. Il vescovo Rogello è a Roma da vari giorni, chiedendo, inutilmente, di poter parlare on il Papa.

Marco Tosatti

http://www.lastampa.it/2014/09/26/blogs/san-pietro-e-dintorni/un-vescovo-accusa-il-papa-BcZatNaUhKHbJMhLjB0kOL/pagina.html

Continua a leggere...

giovedì 25 settembre 2014

Dom Giuseppe Ricciotti - Vita di Gesù Cristo

volto21w

La prima vaga idea di scrivere questo libro mi venne molti anni fa in circostanze straordinarie. Ero stato trasportato in un ospedaletto da campo, che stava rimpiattato sotto un bosco d'abeti in un vallone delle Alpi: per qualche tempo rimasi là tra la vita e la morte, più vicino a questa che a quella; notte e giorno il vallone rintronava dello schianto delle granate, attorno a me gridavano feriti e rantolavano moribondi, il lezzo delle cancrene che ammorbava Varia sembrava un preannunzio del cimitero. Aspettando la mia sorte a un certo momento pensai che, se fossi sopravvissuto, avrei potuto scrivere una Vita di Gesù Cristo; il vangelo di lui, infatti, stava là sul mio pagliericcio, e le sue pagine ove le macchie di sangue si erano sovrapposte a guisa di rubriche alle lettere greche mi parevano un simbolico intreccio di vita e di morte.

Guarito che fui e tornato alla vita normale, quell'idea della Vita di Gesù Cristo invece di attirarmi mi sgomentava, e ogni volta che vi ripensavo ne avevo sempre più paura: eppure non solo non mi abbandonava giammai, ma piuttosto diventava per il mio spirito una specie di necessità. Come si fa istintivamente di fronte alle necessità paurose, cominciai con girarle d’attorno, quasi per illudere me stesso: mi detti a pubblicare studi su testi ebraici e siriaci, quindi una Storia d'Israèle e poi ancora la Guerra giudaica di Flavio Giuseppe, ma la vera roccaforte restava ancora là intatta nel bel mezzo dei miei giri, risparmiata dalla mia paura. Ben poco mi scossero esortazioni d'amici e inviti d'autorevolissime persone: risposi immutabilmente per molti anni che le mie forze non reggevano davanti a una Vita di Gesù Cristo.

Invece più tardi, contro ogni previsione, ho ceduto. Ma ciò è av­venuto appunto perché l'agonia dell'ospedaletto da campo, dopo tanti anni, si è rinnovata e in circostanze assai peggiori: quando cioè vidi che la tempesta di una nuova guerra s'addensava sull'umanità, e che l'Europa secondo ogni più facile previsione sarebbe stata nuovamente allagata di sangue, allora mi parve che non la mia persona ma tutta intera l'umanità, quella cosiddetta civile, giacesse moribonda con un vangelo macchiato di sangue sul suo pagliericcio.

Quest'immagine divenne allora così imperiosa su di me che fui costretto a obbedire: essendo tornato il sangue sul mondo, bisognava pure che tornasse il vangelo. E così il presente libro è stato scritto mentre l'Europa era in preda alla guerra, ossia a ciò ch'è la negazione più integrale del vangelo.

* * *

INDICE

PREFAZIONE

Il paese di Gesù (§§ 1-5)
Erode il Grande (§§ 6-12)
I successori di Erode: Archelao – Antipa - Filippo (§§ 13-19)
I procuratori romani: Ponzio Pilato (§§ 20-27)
Sadducei, Farisei, Scribi e altri gruppi giudaici (§§ 28-45)
Tempio e sacerdozio (§§ 46-56)
Il gran Sinedrio (§§ 57-61)
La sinagoga (§§ 62-67)
Pratiche e credenze del giudaismo (§§ 68-86)

LE FONTI (§§ 87)

Fonti non cristiane (§§ 87)
Giudaismo ufficiale (§§ 87-89)
Flavio Giuseppe (§§ 90-91)
Scrittori romani ed altri (§§ 92-93)

FONTI CRISTIANE

Documenti estranei ai Nuovo Testamento (§§ 94-101)
Il Nuovo Testamento fuor dei Vangeli (§§ 102-104)

I VANGELI (§§ 105-113)

Matteo (§§ 114-126)
Luca (§§ 135-145)
La questione sinottica (§§ 146-154)
Giovanni (§§ 155-171)

LA CRONOLOGIA DELLA VITA DI GESù (§§ 172)

La nascita di Gesù (§§ 173-174)
Inizio del ministero di Giovanni il Battista (§§ 175-176)
Durata della vita pubblica di Gesù (§§ 177-178)
Data della morte di Gesù (§§ 179-182)
Il censimento di Quirinio (§§ 183-188)

L'ASPETTO FISICO DI GESÙ (§§ 189-193)
LE INTERPRETAZIONI RAZIONALISTE DELLA VITA DI GESÙ (§§ 16-12)

LA VITA PRIVATA

«Toto orbe in pace composito» (§§ 225)
L'annunzio a Zacharia (§§ 226-227)
L'annunzio a Maria (§§ 228-234)
Nascita di Giovanni il Battista (§§ 235-237)
Giuseppe sposo di Maria (§§ 238-239)
Nascita di Gesù (§§ 240-248)
La purificazione di Maria (§§ 249-251)
I Magi (§§ 252-255)
La strage degli innocenti (§§ 256-257)
La dimora in Egitto (§§ 258)
Nazareth (§§ 259-264)

DALL'INIZIO DELLA VITA PUBBLICA FINO ALLA PRIMA PASQUA

Giovanni il Battista e il battesimo di Gesù (§§ 265-270)
Il deserto e le tentazioni (§§ 271-276)
Giovanni declinante e Gesù ascendente (§§ 277-278)
In Galilea (§§ 279-280)
Le nozze di Cana (§§ 281-285)

DALLA PRIMA PASQUA FINO ALLA SECONDA

I mercanti del Tempio (§§ 286-287)
Nicodemo (§§ 288-290)
Il tramonto di Giovanni (§§ 291-292)
La Samaritana (§§ 293-297)
Ritorno e prima operosità in Galilea (§§ 298-299)
A Cafarnao e altrove (§§ 300-301)
L'elezione dei quattro (§§ 302-303)
Altri miracoli e primi ostacoli (§§ 304-309)
I dodici Apostoli (§§ 310-314)
Il Discorso della montagna (§§ 315-335)
Il centurione di Cafarnao e la vedova di Naim (§§ 336-337)
Il messaggio di Giovanni il Battista (§§ 338-340)
La peccatrice innominata (§§ 341-342)
Ministero spicciolo (§§ 343-345)
La tempesta sedata e l'energumeno di Gerasa (§§ 346-348)
La figlia di Jairo. La donna con profluvio di sangue. I due ciechi (§§ 349-351)
Invio dei dodici Apostoli (§§ 352-354)
Morte di Giovanni il Battista (§§ 355-356)
Gesù espulso da Nazareth (§§ 357-359)

LA GIORNATA DELLE PARABOLE

La parabola (§§ 360-361)
Scopo delle parabole (§§ 362-364)
Le parabole del Regno (§§ 365-371)

DALLA SECONDA PASQUA FINO ALL'ULTIMA FESTA DEI TABERNACOLI

La prima moltiplicazione dei pani (§§ 372-375)
Gesù cammina sull'acqua. Discorso sul pane vivo (§§ 376-383)
Il paralitico di Bezetha (§§ 384-386)
La “tradizione degli anziani” (§§ 387-388)
Gesù nella Fenicia e nella Decapoli. Seconda moltiplicazione dei pani (§§ 389-391)
Il segno dal cielo. Il lievito dei Farisei. Il cieco di Bethsaida (§§ 392-394)
A Cesarea di Filippo (§§ 395-399)
Rettificazioni messianiche (§§ 400-401)
La trasfigurazione (§§ 402-404)
L'indemoniato epilettico (§§ 405)
Ultimi giorni in Galilea (§§ 406-412)

DALL'ULTIMA FESTA DEI TABERNACOLI FINO ALL'ULTIMA FESTA DELLA DEDICAZIONE

La questione cronologica e geografica (§§ 413-415)
Alla festa dei Tabernacoli (§§ 416-423)
La donna adultera (§§ 424-427)
Il cieco nato (§§ 428-431)
Il buon pastore (§§ 432-434)
Espansione del Regno di Dio in Giudea (§§ 435-437)
Il buon samaritano (§§ 438-440)
Marta e Maria. Il « Pater noster » Parabole sulla preghiera (§§ 441-443)
Guarigione di un indemoniato e calunnie dei Farisei. Più beati della Madre di Gesù.
Il segno di Giona (§§ 444-446)
Gesù a pranzo da un fariseo. Invettive e ammonizioni (§§ 447-449)
Questioni finanziarie. La suprema aspettativa (§§ 450-452)
Il segno di contraddizione. Urgenza del cambiamento di mente (§§ 453-454)
La donna rattrappita e l'uomo idropico. Questioni conviviali (§§ 455-459)

DALL'ULTIMA FESTA DELLA DEDICAZIONE FINO ALL'ULTIMO VIAGGIO LUNGO LA GIUDEA

Alla festa della Dedicazione (§§ 460-461)
Gesù nella Transgiordania (§§ 462-463)
Condizioni per seguire Gesù (§§ 464)
La pecora e la dramma perdute (§§ 465)
Il figliuol prodigo (§§ 466-469)
Il fattore infedele. Il ricco Epulone (§§ 470-472)

DALL’ULTIMO VIAGGIO LUNGO LA GIUDEA FINO ALLA SETTIMANA DI PASSIONE

I dieci lebbrosi. Vicende del Regno di Dio (§§ 473-476)
Il giudice iniquo. Il fariseo e il pubblicano (§§ 477-478)
Questioni matrimoniali. Gesù e i fanciulli (§§ 479-483)
Un ricco si presenta a Gesù. Considerazioni sulla ricchezza (§§ 484-487)
Gli operai della vigna (§§ 488)
La resurrezione di Lazzaro (§§ 489-493)
Gesù ad Efraim e a Gerico (§§ 494-498)
La parabola delle mine e dei talenti (§§ 499-500)
Il convito di Bethania (§§ 501-502)

LA SETTIMANA DI PASSIONE. LA DOMENICA E IL LUNEDÌ

L'ingresso trionfale in Gerusalemme (§§ 503-507)
I Greci vogliono essere presentati a Gesù (§§ 508-509)
Il fico maledetto (§§ 510-511)

LA SETTIMANA DI PASSIONE. IL MARTEDÌ E IL MERCOLEDÌ

L'autorità di Gesù. Parabola dei due figli (§§ 512)
Parabola dei vignaioli omicidi (§§ 513)
Il tributo a Cesare (§§ 514)
I Sadducei e la Resurrezione (§§ 515-516)
Il massimo comandamento. Il Messia figlio di David (§§ 517)
L’”Elenchos” contro Scribi e Farisei. L'offerta della vedova (§§ 518-522)
Il discorso escatologico (§§ 523-529)
La parabola delle vergini. L'ultimo giudizio (§§ 530-531)
Il mercoledì. Il tradimento di Giuda (§§ 532-534)

LA SETTIMANA DI PASSIONE, IL GIOVEDÌ

I preparativi dell'ultima cena (§§ 535)
La questione cronologica (§§ 536-540)
Denunzia del traditore (§§ 541-543)
Istituzione dell'Eucaristia (§§ 544-548)
Predizione del rinnegamento di Pietro (§§ 549)
Gli ultimi colloqui (§§ 550-553)

LA SETTIMANA DI PASSIONE. IL VENERDÌ

Il Gethsemani (§§ 554-557)
L'arresto (§§ 558-561)
Il processo religioso davanti al Sinedrio (§§ 562-569)
Gli oltraggi. I rinnegamenti di Pietro. La fine di Giuda Iscariota (§§ 570-575)
Il processo civile davanti a Pilato ed Erode (§§ 576-596)
La crocifissione e la morte (§§ 597-619)

LA SECONDA VITA (§§ 620)

Le apparizioni nella Giudea (§§ 621-633)
Le apparizioni nella Galilea (§§ 634-638)
L'ascensione (§§ 639-640)

SGUARDO RETROSPETTIVO

Link per scaricare il pdf clicca qui…

Continua a leggere...
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...